A doppia mandata


VERSIONE ORIGINALE, NON EDITATA di Roberta Anselmi
[tempo di lettura 5min]

«Non si arrabbiava quasi mai per un brutto voto o una dimenticanza, ma gli occhi le diventavano fiamme quando mi comportavo male con gli altri! Quando facevo un po’ il bulletto, sai, con i compagni di scuola! Questo la mandava su tutte le furie!» ridacchiò Giulio. «Voleva che guardassi davvero chi avevo di fronte e che cercassi di capire cosa provasse. La stessa cosa diceva che dovevo pretendere per me».

Ho conosciuto Giulio un mese fa. Mi sono trasferito a Parma, una nuova città, che dista circa trenta chilometri dal paese in cui sono nato e cresciuto. Non mi piace molto incontrare gente nuova, lo devo ammettere, ma ho pensato che sarebbe stato utile avere qualche faccia amica qui. Così, contrariando la mia indole asociale e facendomi violenza, suonai alla porta dell’appartamento di fronte al mio, quello di Giulio appunto. Ecco, niente mi poteva preparare a quello che vidi una volta che la porta si aprì.  

Sul mobile all’ingresso, proprio lì in bella mostra, campeggiava una cornice antica d’argento, intarsiata con un motivo intrecciato. All’interno una foto, in bianco e nero. Una ragazza sulla ventina, capelli morbidi e ondulati le ricadevano sulle spalle. Indossava un vestito a fiori e sedeva su una staccionata. Sorrideva e dietro si scorgevano alte montagne, con la cima innevata. Conoscevo quella foto in ogni dettaglio. Avevo la stessa identica immagine, appesa nel salotto della mia casa natia. La ragazza nella foto era mia madre. In famiglia volevamo ricordarla così, giovane e felice, per sempre.   

Ora, come penso tu possa capire, rimasi sconvolto. Dopo essermi presentato farfugliando alla ragazza che mi aprì la porta, chiesi chi ritraesse la foto. Era la suocera che, però non aveva mai conosciuto poiché, venne a mancare prima di compiere quarant’anni. 

Io non le dissi nulla, mi congedai cercando di mantenere un minimo di naturalezza, ma la testa girava e le budella si contorcevano. Un attacco di panico bello e buono, che di bello e di buono non aveva proprio niente. Rimasi con questo tarlo che mi divorava la mente, incapace di affrontare questa cosa che mi sembrava una voragine, un vaso di Pandora che avrebbe portato solo sofferenza. 

Cosa avrei potuto scoprire? Mia madre aveva avuto un’altra famiglia? Perché ci avrebbe dovuto nascondere una cosa simile? Non trovavo un buon motivo per andare in fondo a questa storia ma, non potevo fingere di non aver visto quello che avevo visto.

Una notte feci un sogno. Vidi mia madre di spalle, indossava il vestito a fiori della foto.  Aveva un bambino in braccio, ero io. Mi cullava e appoggiando la guancia alla mia fronte, intonava una dolce melodia, come una ninna nanna. La mattina seguente, mi decisi. Suonai all’appartamento e questa volta mi aprì Giulio. Trassi un profondo respiro, richiamando a me tutta la forza della quale potessi essere capace, mi presentai e gli comunicai quanto tu già sai.

Giulio non si scompose e questo mi lasciò interdetto. Cosa sapeva che io non sapevo? Perché era così tranquillo? Come si può rimanere tranquilli davanti ad una notizia del genere? Non lo so, ma così andò. La cosa che premeva di più, a Giulio, sembrava quella di raccontarmi i suoi ricordi d’infanzia con mia madre.

«Non le piaceva giocare con le costruzioni o con i pupazzetti, ma le piaceva disegnare e così prendevamo un soprammobile e cercavamo di riprodurlo sul foglio».
«Si divertiva a rincorrermi e facevamo lunghi giri in bicicletta».
«Ogni sera mi cantava tre canzoni prima di rimboccarmi le coperte e mi diceva quanto mi volesse bene e quanto fosse orgogliosa di essere mia madre».|
«Odiava i cibi amari».
«Quando avevo qualche sfida difficile da affrontare, diceva che lei sarebbe stata sempre al mio fianco».
«Diceva che ero un bel peperino, tanto vivace».
«Le piacevano i fiori. Le piacevano sui vestiti e in giardino».
«Profumava di buono».
Fiumi di racconti, minuti, ore, anni.

«Andrea? Mi sente?» chiese il Dott. Tomasi. «Penso che la nostra sessione di ipnosi si possa concludere qui». «E beva un po’ d’acqua, ha parlato molto oggi» disse con un sorriso soddisfatto. Aggiunse appunti alla mia cartellina e la chiuse.

ANDREA CAMILLI  
DIAGNOSI: AMNESIA SELETTIVA


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