Belve Feroci – parte II


Le rocce sfaccettate erano ruvide al tatto. Cercavo di resistere, anche se non riuscivo a incassare i polpastrelli negli interstizi mentre mi davo lo slancio coi piedi sul muro. Scivolai ancora una volta, poi decisi di fare il giro della casa e arrampicarmi su per una tettoia spiovente che mi avrebbe consentito di balzare sulla terrazza, percorrerla e inerpicarmi sul pino dalla ringhiera.

Quando volevo scappare di casa, eseguivo pressappoco l’operazione inversa, senza paura di rimanere in sospeso sulla balaustra in pietra porosa. Stavolta avrei corso il rischio di sbilanciarmi e rompermi l’osso del collo, ma quell’aquilone lo rivolevo. Mamma l’aveva portato a casa da uno dei suoi viaggi e aveva per livrea una serie di bandierine tibetane, ciascuna di un colore diverso. Ci teneva tanto, e io l’avrei delusa se non fossi riuscita a liberarlo dalla chioma del pino dove si era incastrato.

Avevo già messo un piede sul fondo di coccio di un vecchio vaso, segnato in circolo da un alone d’acqua piovana, quando dalle imposte aperte al piano di sotto si sentì un rumore metallico. Volli affacciarmi e guardare di sotto con le mani ben strette alla balaustra, ma fu un gesto avventato che mi sarebbe costato caro. C’era un lupo. O meglio, un uomo, ma con due occhi di lupo di una sincerità cristallina, fermi nel loro indagare quanto poteva vedere di me: una camiciola candida abbottonata fino al collo, il naso schiacciato e il senso di colpa che mi stringeva la gola, senza che fossi più in grado di emettere anche solo una scusa da repertorio.

 

 

Ma no, neanche il pianto avrebbe stemperato l’ansia che cresceva di secondo in secondo! Quello era il mostro, e del mostro aveva tutto: un aspetto innocuo, ma la presa contratta sulla chiave inglese. Se non che, dopo quello scambio di sguardi, proseguì nella sua manutenzione del motore della sua Peugeot 403. Un modello datato, ma a quanto pare con qualche speranza di rimettersi in moto.

Rimasi ferma sul posto, sporgendomi quanto bastava per seguire attentamente le sue manovre. Lavorava in canottiera e pantaloni militari, la giacca della stessa stoffa allacciata attorno ai fianchi. Ricordo solo che era molto abbronzato, e i capelli corti rilucevano per le gocce di sudore. Come avevo fatto a non accorgermi della sua presenza, mentre scavalcavo la tettoia posteriore? Si trovava lì, viste le sue condizioni, l’affaticamento, da almeno un’ora buona.

«Parte?» gli urlai, trovando finalmente la forza di parlare. E quasi subito me ne pentii, e mi portai una mano al petto, a mo’ di rimprovero.
«Partirà.» rispose seccatamente, richiudendo il cruscotto con vigore e prendendo di tasca un fazzoletto per asciugarsi la fronte. Gettò la chiave inglese nella cassetta degli attrezzi e, senza più degnarmi d’attenzione, rientrò nel garage.

Seguì uno scroscio d’acqua dentro qualcosa come un bicchiere. Rumore trasparente. Avrei potuto giurare che stesse bevendo della limonata, data la quantità di limoni grossi come due dei miei pugni coltivati su quel balcone.

Indietreggiai, consapevole di avere i minuti contati prima che Goran lanciasse l’allarme, e mi sbrigai a raggiungere la chioma del pino che aveva avuto l’ardire di crescere addossato al muro a est. Stavo costruendo una rampa coi mattoni, quando alle mie spalle udì una voce maschile schiarirsi.

«Se cerchi il tuo aquilone, non lo troverai più.»
Mi voltai, molto lentamente. In mano stringevo ancora un mattone un po’ sbeccato, ma non mi sarei fatta scrupolo di colpirlo se avesse provato ad avvicinarsi con cattive intenzioni.

«Devi ridarmelo.»
«Devo?» pronunciò basso, scuotendo il bicchiere che teneva in mano per mescerne le componenti. Avevo sbagliato, quella non era limonata, ma denso pastis. «Non me ne faccio niente di un giocattolo, ma ti assicuro che sarebbe bastato chiedere a un adulto di prenderlo per te.»

“A un adulto”. Ai tempi questa parola bastava a raschiarmi idee malevole in testa, la percepivo come una bestemmia. Un artificio per discriminare noi che ancora non sapevamo niente di tanti pericoli, e ce la cavavamo a istinto, e meglio di loro, gli assennati. Gonfiai il petto, poi espirai.

«E dov’è?»
«In cortile, sul divano in rattan. Ѐ stato facile tirarlo giù per la livrea.»
Ancora, non mi degnava di uno sguardo.
«Va bene… vado a prenderlo.» Avevo paura, e lo si intuiva dalla voce, ma più di tutto non sopportavo che qualcuno di tanto chiacchierato si mostrasse così innocuo, quand’io ero già pronta a colpirlo e a gettarmi giù dal pino, sperando che i rami reggessero il mio peso esiguo. Lo sconosciuto mi invitò con un gesto ad accomodarmi in casa. «Forse è meglio se usi le scale.»

Rientrò subito dopo, lasciandomi lì, spiazzata, a domandarmi se mai ne sarei uscita viva. Non che avessi una reale paura della morte, che a malapena percepivo e con la quale avrei fatto i conti solo l’inverno di un anno più tardi, ma mi era stata inculcata la diffidenza come un dogma, e contravvenendo alle regole di casa mia, avrei commesso senz’altro un atto meritevole di punizione. Passai di nuovo davanti alle persiane, riverniciate a fresco e spalancate sull’esterno.

Con ancora il mattone in pugno, mi misi a studiare l’interno della casa. Era arredata con mobili antichi, e su un caminetto murato campeggiava una cornice d’argento. Proteggeva dal tempo il ritratto in bianco e nero di una donna anziana. Fu lei ad attirarmi all’interno dell’abitazione.

Aveva quest’espressione serafica, circondata da capelli cotonati, ma allo stesso tempo un’ombra incombeva sulla maschera del viso. Conobbi così gli effetti della preoccupazione, anche se mi era impossibile ipotizzare cos’avesse dovuto sopportare quella donna. Ricordo che automaticamente feci il segno della croce. Lui tornò dal corridoio, e andò a sedersi sul sofà, addossato alla parete rivestita di cartongesso. Gettò indietro il capo, e riprese a tamponare il viso, il collo e le spalle con una salvietta inumidita.

«Mia madre» mi spiegò di sua iniziativa «Era una donna straordinariamente ottimista. Tu hai una madre?» tornò a guardarmi, e mi puntò contro il fondo del bicchiere quasi del tutto svuotato «Certo che ce l’hai. Devi essere figlia di quell’infermiera… come si chiama, aspetta… Gheneva. Siete identiche»

Scopri come finisce il racconto: leggi il finale!


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