Belve Feroci


Settembre 2002

A mirare da lontano con la fionda il cascinale, lo si sarebbe detto un anonimo mucchio di massi stagliati contro un cielo color lavanda, col suo gregge di nuvole selvatiche ad abitarlo. Scuriva a nordest, mentre un’irradiazione surreale rendeva trasparenti gli aghi di pino, fitti come le ciglia attraverso cui ci guardavamo io, con un piede nella staffa di una recinzione, e Goran, in piedi sopra a una vecchia panca di gesso di Briançon dimenticata al vecchio lavatoio.

«Non puoi entrare lì, ci abita il mostro, non ricordi?»

Si graffiava le guance in preda all’ansia: già nella sua testa di bambino mi vedeva riversa da qualche parte, disarticolata, senza una gamba o un braccio. Come potevo saperlo, direte voi? Non ero un’indovina. Era più plausibile che me lo fossi figurato io stessa, censurandomi subito dopo: non ho mai tollerato l’aspra visione del sangue, nemmeno alla tv. Il mio amico voleva che scendessi da lì, ma io ero la più adatta ad infilarmi in casa di estranei, io la più abile a recuperare l’aquilone che quell’antipatico di Marc-Antoine aveva fatto planare nella proprietà privata. Grandi, grossi e decerebrati alunni delle medie!

«Ami, non siamo più poppanti. Non puoi davvero credere alle fiabe!» risposi mentre già saltavo dall’altra parte e piombavo a terra sulle ginocchia. I pantaloncini si sporcarono della terra rossiccia, e così i palmi delle mani su cui feci leva. Mi fu chiaro che tornando a casa avrei passato guai seri con mio padre.

«Oh mon Dieu, mon Dieu!¹» guaì, mettendosi a correre in cerchio, con le caviglie che schizzavano di fuori come in un charleston. L’ansia se lo mangiava vivo ogni volta, succhiandolo dal midollo alle giunture.
«Dumnezeul Meu, Dumnezeul Meu!¹» gli feci il verso «Ora sì che sono in pericolo!»

Sbattei due, tre volte le mani contro le braghe e la polvere ocra mi finì negli occhi. Trattenni uno starnuto comprimendo un polso contro il naso, e corsi a nascondermi dietro un cespuglio, con le spalle rivolte ad esso. Mi ero sbucciata gomiti e ginocchia giocando, e se solo mamma ci fosse stata avrebbe provveduto a curarmi. Lei poteva, era magica davvero. Le sue mani sapevano raddrizzare le ossa e cucire le scorticature. E se mi avesse visto, pur da lontano, ove si era recata per fare da madre a chi una madre non l’aveva più, mi avrebbe richiamato col suo tono apprensivo, perché corressi a sistemarmi di rientrare.

Era ancora il duemila e… due. Credo. No anzi, lo giuro. Io avevo otto anni, Goran nove, mio fratello Damian ne avrebbe fatti dodici a novembre. Mamma era a Brazzanville o giù di lì, a fotografare i sorrisi infetti dei lavoratori di caucciù nei suoi tempi morti. “Vocazione”, la chiamava. “Fuga dalla realtà”, è quello che penso io. Noialtri da Joucas risalivamo le mulattiere tra le distese di lavandino, quando ancora non veniva raschiato dalle pance lamellari delle raccoglitrici, e ci intrufolavamo tra gli oliveti. La casa di monsieur Constant, un vecchio e poderoso mas col suo stagno, la sua piscina e la sua catasta di legno, si trovava oltre una striscia d’asfalto battuta per lo più da trattori. Stava lì, dirimpetto alla macchia mediterranea bassa, a far la guardia a un paesucolo disabitato d’inverno e con all’attivo il solo comignolo del bar dove per pochi spicci compravamo sucettes dai colori stinti. Si squagliavano in rivoli arcobaleno e ci appiccicavano le dita agli stecchi. Monsieur Constant… ora che ci penso non l’avevo mai visto.

¹ “Signore mio, Signore mio!”, rispettivamente in francese e romeno.

Continua la lettura: leggi la seconda parte


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