Una mamma


[tempo di lettura: 4 min]

Era sera, forse notte, stavo lavorando da così tante ore che avevo perso la cognizione del tempo, fuori era buio da un’eternità. O da qualche secondo. Il turno era stato lungo e non sapevo quanto mancasse alla fine. Il reparto era tutto sommato tranquillo: le colleghe controllavano le pazienti sole, quelle accompagnate dormivano con il bambino vicino o lo avevano lasciato al compagno; o alla mamma, alla sorella, alla zia.

C’era qualche papà, zio o fratello, ma erano di più le donne che dormivano da sole. Un paio di letti erano temporaneamente vuoti: si vedevano gli effetti personali nella zona privata. Dovevano essere in sala parto. I letti non occupati saranno stati tre al massimo: era un periodo di nascite continue, stranamente. Ero abituata a pensare al nostro paese come in fase di denatalità, invece da qualche mese all’ospedale dove lavoravo le stanze erano quasi completamente occupate. Mi faceva uno strano effetto, come di surrealtà. Non sapevo se credere a quello che vivevo io o alla statistica. 

Sarò stata stanca per l’orario continuato, o perché di notte il tempo si dilata, specie in ospedale, ma quando sentii il suono della campanella non capii subito e ci misi qualche secondo a collegarlo con il suo significato. Qualcuno aveva lasciato un bambino nella culla per la vita.

Arrivai qualche secondo dopo il capo infermiere e lo sentii borbottare prendendo in braccio il bambino, portandolo a fare i controlli di routine. Non mi fermai nemmeno a pensare quanti giorni potesse avere il piccolo, non mi importava. Mi affrettai a cercare nulla culla se chi lo aveva affidato a noi avesse lasciato un messaggio, ma non c’era. Mi accorsi di correre verso l’uscita come se ne andasse della mia vita. In barba a finire il turno, alla stanchezza, al fatto che probabilmente non sarei arrivata in tempo e che non avrei saputo come riconoscere la persona. Per dirle cosa, poi? 

Non so come, ma riuscii a uscire dall’edificio in tempo per vedere un’ombra allontanarsi verso il parcheggio. Fu questione di un secondo. Si fermò in mezzo all’asfalto, vidi che le ginocchia stavano per crollare, ma resistette e continuò. Non sapevo se uscire o no. Non mi era permesso lasciare il lavoro prima della fine del turno, ma ormai ero fuori dal reparto. Non che avessi saputo cosa dire, comunque. E volermi avvicinare a qualcuno che non conoscevo e che non era mio paziente non era da me. 

Mentre ero ferma all’entrata a decidere se muovermi o restare, la figura aveva lasciato il mio campo visivo. Doveva aver girato l’angolo verso l’altro parcheggio.

 

Non so cosa mi fosse saltato in mente: rientrata in reparto, il capo infermiere mi fece una ramanzina sonora per aver abbandonato le pazienti. Non mi importava: stavo ancora riflettendo su cosa mi avesse spinto verso l’uscita e dove avessi trovato l’energia per correre. Pensandoci, la risposta era semplice: il motivo per cui avevo scelto di lavorare in ostetricia. Comunque, avevo deciso di lavorare nei reparti dedicati alle donne perché volevo assicurare loro le cure, i trattamenti e le attenzioni migliori, soprattutto date le brutte storie che si sentono in giro e le difficoltà quotidiane che devono affrontare. 

Per cui, correre a vedere come stava la madre era stato un gesto ovvio, quasi prevedibile. Non che mi importasse se lo avesse consegnato a noi la mamma, la nonna, la zia, lo zio, il nonno, uno sconosciuto… Avevo voluto sapere che la persona che aveva accompagnato all’ospedale un bambino per darlo in adozione stesse bene, non lo avesse fatto d’impulso. Qualunque fosse la relazione tra la figura che avevo visto e il bambino, se le erano tremate le ginocchia, lo aveva lasciato a noi con il cuore in gola e consapevole che sarebbe stata una decisione definitiva. Doveva averci pensato a lungo. O forse no, ma non lo aveva fatto certo a cuore leggero.

Fui felice di aver visto la persona allontanarsi e tremare, certo, ma continuare a stare bene. Mi dava la certezza che avesse preso la decisione con coscienza. Era stata una scena toccante, mi sarebbe rimasta nel cuore per tanto. Di sicuro alla madre biologica del bambino costava separarsene, e non è dato sapere il motivo della decisione, ma era di sicuro in buona fede. Forse era troppo giovane, troppo vecchia, troppo povera, registrare la nascita avrebbe avuto ripercussioni sulla sua vita sentimentale, familiare, lavorativa. O forse il bambino era frutto di un ricordo doloroso. Nell’ultimo caso, credo che avrei fatto la stessa cosa. E di sicuro non avrei voluto essere rintracciata. In nessun caso a cui ho pensato anche dopo avrei voluto esserlo. Immaginavo che per lei fosse lo stesso.

Fine

Un racconto di Elena Scalabrin


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *